COSA ACCADE CON IL MONITORAGGIO DEL SENTIMENT AZIENDALE?

Nello scorso secolo il concetto di informazione era legato al mondo dell’editoria, dei magazine, dei quotidiani cartacei ma con la nascita del concetto di blog il mondo dell’informazione ha subito una vera e propria rivoluzione.

In passato le aziende potevano monitorare lo stato della propria reputazione consultando un numero limitato di fonti di mass media, ma oggi? Come è possibile sapere chi sta parlando di noi?

Google con il servizio Alert offre la possibilità di ricevere una notifica quando nei risultati di ricerca viene aggiunto un nuovo documento contenente il proprio nome o brand o qualsiasi altra frase di interesse, ma non tutte le pagine web vengono indicizzate da Google.

Alcune pagine possono essere lette solo dopo autenticazione ed altre possono essere escluse dall’indice di Google tramite l’utilizzo del file robots.txt o il meta noindex. Molti stream di informazioni su Facebook sono accessibili a cerchie, a volte anche numerosissime, di utenti.
Se parlano male della vostra azienda in “luoghi” del genere potrete saperlo solo se vi fanno la tipica “soffiata”.

Come fare quindi per monitorare lo stato di salute del proprio marchio? Il lavoro non è affatto semplice ed in alcuni casi richiede una ricerca manuale dove l’uso di strumenti è impossibile o poco efficiente, ma un algoritmo di brand protection potrebbe prendere in considerazione possibili fonti di notizie che riescono ad identificare toni negativi nelle frasi utilizzate.

Se qualcuno vuole parlare negativamente della vostra azienda lo farà dove sarà ascoltato da molti, quindi su gruppi Facebook o su Twitter. Il mondo dell’informazione è passato rapidamente dallo “stato solido” della carta allo “stato gassoso” dei cloud storage che permette di trovare informazioni senza voltare pagina, ma spesso perdendosi nell’astrazione della nuvola senza il reperimento di tracce concrete.

La ricerca e la qualificazione dell’informazione di domani sarà fatta seguendo non più tracce definite, ma seguendo segnali provenienti da “segnalatori” che abbiano abbastanza autorevolezza per essere presi in considerazione.

Chiunque ormai può divenire una fonte autorevole se avrà un seguito di follower elevato a tal punto da divenire un reale influencer nel proprio settore di riferimento.

Bisognerà quindi assicurarsi che gli influencer non denigrino pubblicamente il nostro brand ma soprattutto riuscire a saperlo tempestivamente se dovesse accadere è l’aspetto fondamentale su cui stiamo lavorando con il nostro reputation tool. Infatti, il tool di Ethyca è già in grado di identificare il 60% delle citazioni e con l’effettivo lancio di Facebook Graph Search la percentuale salirà notevolmente.

Alessandro Patanella – CEO

CURIOSITA’ SULLA SCELTA DELLE PAROLE CHIAVE

Una volta creata la tua piattaforma online, che sia un sito vetrina o un e-Commerce comincia la sfida al posizionamento sui motori di ricerca, e un argomento da affrontare inevitabilmente riguarda la scelta della parole chiave. L’errore che spesso si compie è quello di puntare sulle keyword che generano volumi di ricerca con la convinzione di conquistare totalmente una nicchia di mercato, ma in realtà, non è così.

L’esperienza sul campo afferma esattamente il contrario ed i motivi possono essere riassunti in 4 punti:

  1. Le Top Keyword, composte da massimo 2 parole, sono di solito geolocalizzate, quindi generano risultati di ricerca a seconda della posizione geografica di chi sta facendo la ricerca. Puntare su questa keyword è una scelta non produttiva poiché si possono raggiungere i primi posti se qualcuno cerca in zona, ma se la ricerca viene effettuata da un’altra città potresti non comparire proprio.
  2. Mirare la scelta su una keyword ricercata non vuol dire vincere la sfida al posizionamento. Se vuoi optare e competere, ad esempio per la parola “Ristorante”, ma secondo te, chi vuole andare a cena fuori ricercherà ristorante senza la destinazione? Ovviamente no, chi ricerca un ristorante sa bene dove vuole andare, magari in una località in cui la ricerca “ristorante+città” genera solo 100 ricerche al giorno ma saranno 100 ricerche che valgono molto più di 10.000 visite provenienti dalla keyword “ristorante” secca.
  3. In genere si evita di lavorare su keyword che generano meno di mille ricerche in un mese, ma questo è un errore da non commettere mai. Rimanendo nell’ambito della ricerca di un ristorante è ovvio che più è precisa la ricerca e più è probabile effettuare una prenotazione per una cena, quindi è importante capire quali siano le caratteristiche più importanti della tua attività, come ad esempio la vicinanza ad un punto d’interesse, ed inserire parole chiave formate anche da 3 o 4 parole. Magari non si genereranno molte visite nel tuo sito ma sicuramente più vendite.
  4. La regola fondamentale valida per ogni settore è quella di generare la vendita e non solo il traffico all’interno di una piattaforma online.

E’ fondamentale considerare tutti i modi di presentare i tuoi contenuti perché gli utenti che effettuano una ricerca hanno già un’idea ben precisa che dipende da necessità o situazioni personali, quindi chi vende deve sapere individuare tutti i modi possibili per soddisfare i clienti.

Isabella Ippolito – Social Media Marketer

EMAIL MARKETING E SEO: E’ BENE INTEGRARLI?

Anche se in tanti pensano che tra l’email marketing e la SEO (Search Engine Optimization) non vi è alcuna relazione e che queste siano due entità distinte e separate, in realtà in una campagna di marketing digitale la combinazione di alcuni elementi delle due entità permette di ottenere risultati migliori per il successo di un sito web.

In che modo gli elementi dell’email marketing e della SEO vengono integrati? Una campagna di email marketing di certo non influenza in maniera diretta il posizionamento di un sito web perché motori di ricerca come Google non eseguono la scansione delle email in ottica SEO, ma questo avviene in maniera indiretta perchè il messaggio di posta elettronica è considerato uno strumento efficacissimo per coinvolgere il pubblico e per fare interagire i consumatori con i contenuti sul web.

L’email marketing è, quindi, una buona strategia di coinvolgimento degli utenti e questo avviene innanzitutto con la creazione di contenuti accattivanti. Google misura dettagliatamente il traffico di una determinata pagina web e del coinvolgimento che riesce ad ottenere dagli utenti. Una email correttamente ottimizzata sia nella struttura che nei contenuti stimola i consumatori a commentare, condividere e interagire con essa, favorendo indubbiamente la relazione con i contatti della mailing list, spingendoli a ritornare al sito web successivamente.

E’ bene invitare in maniera esplicita le persone a commentare magari chiedendo un feedback o un suggerimento o a condividere un articolo per diffondere un determinato argomento perchè i social media anche se non hanno un effetto diretto sull’indicizzazione, attirano l’attenzione dei motori di ricerca nei confronti di un particolare argomento o sito web.

Per ottimizzare la strategia di email marketing in ottica SEO è bene concentrarsi sulla qualità dei contenuti fornendo agli utenti contenuti interessanti non forzandoli nel compiere un’azione, non essere insistenti con la quantità di email mandate perché è alto il rischio di abbandono definitivo ma mantenere una media bassa di email inviate al mese, non comprare gli iscritti ma selezionarli accuratamente e monitorare costantemente le interazioni ottenute con le email inviate.

L’email marketing può contribuire molto a rafforzare la strategia di ottimizzazione per un sito web ma per ottenere buoni risultati è bene determinare da subito le iniziative di ottimizzazione necessarie per la propria campagna di marketing online in modo da aumentare il più possibile il suo rendimento.

Isabella Ippolito – Social Media Marketer

LA VOICE SEARCH E’ CONSIDERATA LA RIVOLUZIONE DEL MONDO DIGITALE

Il mondo digitale è in continua crescita e con l’incremento dell’intelligenza artificiale e l’ottimizzazione dei tipi di conversazione per gli utenti, saremo sempre più in grado, con il passare del tempo, di interfacciarci con i bot, nonché gli assistenti virtuali del nostro smartphone. Si prevede, nel 2020, un’implementazione delle conversazioni con i bot piuttosto che con il partner di circa il 30%.

La ricerca vocale si basa sulla traduzione del nostro linguaggio in una richiesta, da parte di un motore di ricerca. Molte persone, soprattutto i millennial, utilizzano già la Voice Search, velocizzando ed estendendo la propria esperienza sul web. Assistenti vocali come Siri per l’iOS o di Cortana per Windows Phone, migliorano costantemente la comprensione delle persone e del loro contesto, infatti Siri, ad esempio, è risultato essere il più utilizzato con un incremento del 40% rispetto agli altri assistenti.

Ricerche vocali e tecnologie simili riconoscono i comandi vocali e le parole chiave dettate, riconoscendo la nostra voce, il nostro modo di parlare ma anche informazioni personali come i nostri interessi di navigazione e ciò consente loro di dare risultati di ricerca personalizzati. L’uso di Google Voice, ad esempio, nel 2016 è aumentato di circa 35 volte rispetto al 2008 riconoscendo un input vocale 4 volte più veloce della battitura su tastiera.

Questi studi aventi risultati così importanti implicano la creazione di contenuti sul web adeguati alle ricerche vocali con query legate a ricerche basate su toni informali, di conseguenza è bene non usare key-word secche ma long tail che si avvicinano al nostro linguaggio colloquiale; risultati che rispondono a domande mirate perché gli utenti creano le richieste sotto forma di interrogativi; pensare all’intenzione degli utenti quindi interpretare l’intenzione in base alle ricerche effettuate; ottimizzare le risposte perché gli utenti non perdono molto tempo nella ricerca.

Il futuro del marketing digitale non è che basato sulle Voice Search e le evoluzioni tecnologiche sono ormai in crescita vertiginosa e l’elaborazione del nostro linguaggio sta implementando l’esperienza di consumo degli utenti. Tutto questo non è altro che una vera e propria rivoluzione della comunicazione.

Isabella Ippolito – Social Media Marketer

4 CONSIGLI PER MIGLIORARE LA VELOCITA’ DELLA TUA PIATTAFORMA ONLINE

Se un utente si ritrova a navigare all’interno di un sito web che carica lentamente è alta la percentuale di rimbalzo, infatti non a caso il tempo ideale di caricamento di un sito deve essere inferiore a due secondi. Colui il quale sviluppa un sito web deve obbligatoriamente tenere in considerazione questo dato. Dal momento che gli utenti dedicano il loro tempo per navigare sul web non vogliono sicuramente perderlo nell’attesa del caricamento di una pagina, perché, in questo caso, sceglieranno sicuramente un’altra risorsa.

Migliorare la velocità di un sito web permette di diventare un punto di riferimento, di riscuotere successo nel posizionamento sui motori di ricerca e di garantire una ottimale esperienza di navigazione. La curiosità del cliente può senza dubbio convertirsi in fidelizzazione.

Per rendere un qualsiasi progetto online rapido e reattivo elenchiamo qui 4 consigli da cui attingere:

  1. Importanza dell’hosting

Uno dei principali elementi che influenza la rapidità di un sito web concerne la scelta dell’hosting, nonché il servizio che ingloba tutti i file di un sito all’interno di un server. E’ bene spendere qualche euro in più, investendo su un hosting affidabile invece di puntare al risparmio e avere problemi di caricamento delle pagine.

  1. Ottimizzare le immagini

Per il miglioramento della velocità di una piattaforma online bisogna ottimizzare tutte le immagini, ma come lo si fa? Riducendo il peso ma non la qualità di risoluzione. Consigliato l’utilizzo di formati JPG e PNG.

  1. Scegliere un buon template

La scelta del template è importante quindi è indicato l’uso di template che sono già stati costruito per velocizzare il sito web, che sono in ottica SEO e che sono responsive, quindi adattabili anche ai dispositivi mobili.

  1. Decidere con cura l’inserimento di audio e video

Considerando che i file audio e video occupano molto spazio se caricati sul proprio sito, la scelta giusta è quella di sfruttare i server di Youtube o Vimeo inserendo il relativo codice per incorporare il filmato o l’audio. Inoltre è giusto ottimizzare questi file per il web.

La ricerca della velocità di caricamento delle pagine di un sito web deve effettuarsi già in fase di progettazione se non ci si vuole ritrovare a modificarle intervenendo su un lavoro già fatto. I consigli sopra riportati sono indubbiamente una buona guida da seguire nella fase di sviluppo della propria piattaforma online. Sono numerose le altre caratteristiche che deve possedere una piattaforma per essere nelle prime pagine dei motori di ricerca, ma certamente questo è un buon inizio.

Marco Sgammeglia – COO

MARKETING PERSUASIVO: IN CHE MODO LO SI APPLICA ONLINE?

Oggi, il mestiere del comunicatore è diventato molto complesso poiché i mezzi di comunicazione sono sempre più e le possibili idee pubblicitarie sono sempre meno. All’interno dei social network come Facebook o più generalmente online, la pubblicità non è fisicamente vista, né rilasciata dai server perché gli utenti utilizzano estensioni come Ad-block.

Quando il comunicatore decide di implementare il suo lavoro sul web ed in particolare su Facebook, è indispensabile trasmettere fiducia che gli utenti dovranno acquisire sul brand ma soprattutto creare una efficace “call to action” per poter raggiungere l’obiettivo pubblicitario. Considerando che social network come Facebook accolgono non solo i Millennials ma anche persone ultrasessantenni, in prospettiva della loro presenza, il social deve essere considerato come un canale Rai.

Nel business, questo cambiamento comporta la rivisitazione delle tecniche comunicative utilizzate in passato nei media tradizionali, come il marketing persuasivo.

Il marketing persuasivo, dunque, viene sfruttato sui social per rendere efficace la comunicazione online. In che modo?
• Trasmettendo in maniera chiara i benefici che l’utente ottiene compiendo un’azione come la registrazione ad un evento, utilizzando grafica e testi semplici e chiari ma soprattutto intuitivi. La call to action deve essere scelta con cura;
• Sottolineando nei post e negli annunci sponsorizzati la storicità del brand, per far sì che gli utenti acquisiscano fiducia;
• Utilizzando immagini che descrivano chiaramente l’esperienza che l’utilizzatore sta per vivere;
• Comunicando in maniera personalizzata le opzioni che l’utente ha a disposizione in base allo storico della navigazione o in base al target di riferimento.

Queste tecniche diventano ancora più efficaci se si utilizza una grafica d’impatto e contenuti d’effetto, poiché la narrazione può portare al successo se si ha volontà di emergere in un contesto così affollato come Facebook. Il marketing persuasivo deve essere applicato nel piano editoriale di una pagina Facebook, per potere comunicare emozioni e poter coinvolgere tutti i tipi di utenti e per permettere al brand pubblicizzato di distinguersi ed emergere rispetto ai competitors.

Isabella Ippolito – Social Media Marketer

BUYER PERSONAS E TRAFFICO DI QUALITA’

Nel 2017, e negli anni a venire, l’intera strategia di un progetto di marketing digitale deve avere come obiettivo principale quello di arrivare alle persone. Saranno loro l’elemento chiave per la creazione di contenuti di valore che faranno crescere le realtà delle aziende. Bisognerà creare un vero e proprio dialogo già sui motori di ricerca.

Questa strategia come si crea? Innanzitutto bisogna generare un traffico di qualità, ovvero un traffico di utenti che entra in un sito con un obiettivo specifico. Tempo fa, lo scopo di chi creava un sito web era quello di ottenere traffico generico, quindi l’arrivo nel sito web da più utenti possibili, e questo bastava. Successivamente l’attenzione sugli utenti era quella di studiare come intercettare un traffico di persone che effettuasse un’azione all’interno del sito. Adesso tutto è incentrato sul traffico di qualità focalizzato sulle buyer personas. Per generare questa strategia è importante, nella comunicazione SEO, pensare a chi ci si rivolge conoscendo con precisione i possibili interlocutori, quindi, bisogna esplicitare quello che è l’azienda e che la differenzia dagli altri nelle attività e nei servizi offerti.

Le buyer personas sono un potente strumento di marketing che aiuta ad individuare il proprio pubblico e il proprio target di riferimento. E’ dunque opportuno creare una lista di profili a cui ci si rivolge, in linea con i prodotti e i servizi offerti, in modo da dare loro un beneficio e una riduzione delle difficoltà. La buyer persona è una rappresentazione del cliente ideale sulla base di specifiche ricerche di mercato su clienti esistenti.

Vengono utilizzate diverse tecniche per la creazione delle buyer personas e tra le più importanti vi sono:

  1. Il reperimento di più informazioni possibili sui clienti già esistenti da chi conosce i prodotti e i servizi da offrire;
  2. L’utilizzo di sondaggi, dei dati forniti dai motori di ricerca e altri strumenti per verificare se le informazioni reperite sono adeguate;
  3. La somministrazione di interviste per creare buyer personas molto precise.

Una volta raccolte le dovute informazioni e definito l’obiettivo, sarà possibile creare dei contenuti ad hoc per una buona strategia di marketing digitale. I contenuti saranno redatti per generare traffico di qualità, saranno mirati per il target di riferimento con un comunicazione personalizzata e l’attenzione deve essere totalmente rivolta alle persone.

Isabella Ippolito – Social Media Markter

5 ESEMPI DI DEBOLEZZA DEI SITI WEB

Nella fase di progettazione di un sito bisogna fare molta attenzione a tutto ciò che concerne la creazione di forma o la manipolazione degli URL.
Queste peculiari accortezze sono all’ordine del giorno per l’intera comunità di sviluppatori che progettano con CMS come WordPress, Magento e molti altri.

In WordPress, ad esempio, è stato sottovalutato dagli sviluppatori che l’URL dell’autore è stato spesso indicizzato da Google e che facilmente, quindi, si è potuto risalire al nome dell’amministratore. Per questo motivo, molti blog o siti web sviluppati con questi tipi di piattaforme, sono stati direttamente attaccati dall’esterno poiché poco sicuri.

Si possono riportare alcuni esempi di poca sicurezza informatica nel siti web con relative contromisure da apportare, come:

1. L’Abuso di API attraverso l’accesso ai servizi raggirando l’autenticazione con l’esecuzione di operazioni non consentite. In questo caso l’haker conosce la risposta da determinate chiamate remote e per questo si comporta di conseguenza.

2. Il salvataggio delle password, in fase di sviluppo, all’interno di commenti che compaiono in seguito nel codice HTML. Vengono utilizzate queste procedure per velocizzare la produzione del codice, ed è quindi indispensabile verificare che non vi siano password memorizzate in chiaro, né nei commenti.

3. Spesso non essendo possibile l’aggiornamento della propria password nel tempo, viene facilitata la possibilità di essere indovinata. Di conseguenza, i sistemi di posta elettronica obbligano l’utente a cambiare password con cadenza temporale.

4. Le password non devono essere troppo semplici o banali ma è giusto che contengano numeri o segni di punteggiatura ed è meglio non salvarle mai in nessun posto ma cercare di stabilire un modo per ricordarle.

5. Violazioni di accesso e vulnerabilità di path. La prima si verifica se si accede alle variabili private di una classe PHP quando, ad esempio, un campo pubblico dovrebbe essere privato, la seconda permette ad un estraneo di navigare con libertà all’interno delle cartelle di un sito eseguendo file arbitrari.

La gestione di un sito web è una responsabilità che richiede tempo e dedizione, pertanto è bene mantenere viva l’attenzione a tutti i dettagli che possono compromettere la loro sicurezza.

Marco Sgammeglia – COO

IL REBRANDING E’ UNA FORMA DI ARTE O UNA STRATEGIA DI MARKETING?

Il rebranding è un fenomeno ormai diffuso in tutti i settori che hanno deciso di rifarsi il look. Considerando che il brand è il riassunto di un’intera azienda e permette di capire il modo in cui i clienti la percepiscono, il rebranding è il processo in cui un prodotto o un servizio avente un marchio viene rilanciato nel mercato in maniera stravolgente ed innovativa.

Si parla di rebranding totale quando si stravolge in maniera radicale il nome, le strategie di marketing o il nome di un’azienda, invece, si parla di rebranding parziale quando vengono apportate solo alcune modifiche.

Sono molte ed importanti le aziende che hanno adottato questa tecnica ed il pubblico più sensibile è senza dubbio quello dei social media, dato che, ormai, ogni notizia viene trasmessa e filtrata in tempo reale nei vari social.  Gli stessi, come Aribnb, Instagram, Netflix e Uber hanno condotto operazioni di restyling, alcuni di successo, altri meno.

Nel 2017, la Juventus ha ben pensato di ricreare la propria identità, innanzitutto con il del nuovo logo ma anche spostando la location di un loro storico e famoso evento a Milano anziché a Torino intrecciando tradizione ed innovazione. Queste innovazioni hanno dato adito a dibattiti tra i tifosi legati alla tradizione e quelli pronti alla novità.

Un’altra grande azienda che ha deciso di rifarsi il look è la famosa ed internazionale catena del McDonald’s. Non più l’idea del fast food ma un posto dove poter trascorrere del tempo al suo interno. Anche nel logo è stata apportata una modifica riguardante i colori: stop al rosso acceso e start al verde scuro!

L’impresa, sempre attenta a coinvolgere il pubblico dei social, non smette mai di creare promozioni e molto altro per ottenere un elevato potenziamento della propria pagina Facebook.

Anche aziende di comunicazione come la TIM, hanno deciso di rilanciarsi nel mercato con un nuovo logo e con nuove campagne promozionali che hanno suscitato non poche lamentele. Il pubblico social ha assorbito il cambiamento in maniera molto negativa soprattutto per le lunghe procedure di risoluzione dei problemi.

Il rebranding non è solo una strategia di comunicazione ma una vera e propria rivoluzione dell’organizzazione aziendale che permette al brand di riposizionarsi sul mercato. Un’operazione mirata all’innovazione ma non alla perdita della propria identità. Al momento, dunque, non si può parlare di una forma d’arte o di moda ma di una strategia di marketing che vede risultati a lungo termine.

Isabella Ippolito

NATIVE ADVERTISING: COS’E’ E CONSIGLI PER L’USO

Il native advertising è una realtà che si sta diffondendo rapidamente nel mondo della comunicazione e della pubblicità. Si tratta di un contenuto pubblicitario sponsorizzato e promosso all’interno dei contenuti offerti al lettore. Differisce dalla pubblicità tradizionale poiché non ha lo scopo di interrompere il lettore per comunicare un messaggio, ma ha come obiettivo di fondersi all’interno del contesto.

La caratteristica principale non è quindi quella di distrarre il lettore ma di lanciare il messaggio pubblicitario facendogli assumere le stesse peculiarità del contenuto diventandone parte integrante.

Quando un lettore si ritrova di fronte ad una pagina web è, senza dubbio, interessato all’argomento e contestualmente lo sarà nei confronti della pubblicità, soprattutto se questa ne fa parte. Un esempio molto chiaro può essere rappresentato dall’inserimento di una pubblicità di accessori per donna all’interno di un articolo che riguarda la fashion week di Milano. E’ uno strumento pubblicitario non invasivo e sicuramente più efficace dei classici banner che non producono persuasività.

Se si vuole progettare e pianificare un’attività di native advertising perché non tenere conto di alcuni buoni suggerimenti?

  • Gli utenti mostrano fiducia in un brand quando vedono altre persone che si fidano. E’ bene offrire la possibilità al proprio audience di creare contenuti spontanei durante la pianificazione della campagna pubblicitaria. Dai voce al tuo pubblico!
  • Utilizzare contenuti brevi e concisi. Dilungarsi crea distrazione e noia agli utenti.
  • Rendere le campagne pubblicitarie visibili da mobile, quindi ottimizzarle per renderle facilmente percettibili, è una strategia di successo.
  • Fare un’analisi del mercato è indubbiamente un ottimo modo per poter pianificare la propria campagna pubblicitaria. In questo modo si riesce a concepire quali sono i canali più frequentati dai propri consumatori e, quindi, quali piattaforme bisogna sfruttare per il raggiungimento dell’obiettivo. Certamente bisognerà adattare i contenuti per ogni piattaforma utilizzata.

Il native advertising è destinato ad una crescita vertiginosa nei prossimi 5 anni che porterà ad un cambiamento comportamentale dei consumatori e ad un utilizzo sempre più frequente di smartphone e altri dispositivi mobili per la ricerca dei contenuti.  Il native advertising è, indubbiamente, un modo per migliorare l’efficienza delle tradizionali campagne di advertising digitale.

Isabella Ippolito – Social Media Marketer